di Paolo Maccallini (Maggio 2016)

Nel 1981 Willy Burgdorfer, uno studioso di entomologia medica che lavorava presso i Rocky Mountain Laboratories (Montana), rinvenne una nuova specie di spirocheta nell’intestino di zecche della specie Ixodes scapularis, raccolte a Long Island (New York). La stessa specie di aracnide era stata oggetto, pochi anni prima, dell’interesse da parte di un gruppo di ricercatori i quali avevano descritto una forma epidemica di artriti in tre piccoli comuni sulla riva est del fiume Connecticut, immediatamente a nord di Long Island.

L’artrite colpiva prevalentemente i bambini, con un picco di incidenza in estate e nel primo autunno, era accompagnata da sintomi quali fatica, mialgia, febbre e mal di testa ed era spesso preceduta da una caratteristica lesione cutanea e dal morso di una zecca. In un articolo del 1977, Allan Steere e colleghi descrissero la patologia e proposero il nome di "artrite di Lyme", dal nome di uno dei tre paesini coinvolti dall’epidemia. L’insolita concentrazione di Ixodes scapularis nella cittadina di Lyme e dintorni, nonché il rinvenimento di un esemplare di questa specie su uno dei pazienti, indussero i ricercatori ad indicarlo come probabile causa della malattia, senza poterlo però dimostrare. Quindi, quando Burgdorfer riconobbe una nuova spirocheta all’interno di I. scapularis, l’idea che potesse essere l’agente eziologico della malattia di Lyme dovette essere naturale. E fui lui a dimostrarlo, rilevando che il siero di un paziente conteneva anticorpi contro il batterio.

Il batterio prese il nome di Borrelia burgdorferi in suo onore. Una storia analoga era stata già scritta in Europa a partire già dal 1909, quando Arvid Afzelius dimostrò che il morso della zecca Ixodes ricinus (vedi Figura 2) poteva dar luogo a una lesione cutanea caratteristica, che chiamò Erithema chronicum mygrans (ECM).

Figura 2. Vista dorsale di femmina adulta di Ixodes ricinus, da (4) con modifiche (disegno di Paolo Maccallini).

L’ECM era già stato associato all’acrodermatitis chronica atrophicans (ACA) da Karl Herxeimer, fra gli altri, nel 1902. In seguito l’eritema migrante da morso da zecca fu descritto come prodromo di manifestazioni neurologiche (meningite linfocitaria e polimeningoradiculoneurite) da Charles Garin nel 1920 e da Alfred Bennwarth nel 1940, tra gli altri.
In Italia i primi casi di malattia di Lyme dimostrata da una serologia positiva per B. burgdorferi furono descritti da Franco Crovato (1985) e da Giusto Trevisan (1986) e provenivano dalla costa ligure e dal carso triestino. In particolare, il primo caso in assoluto è stato descritto in Liguria da F. Crovato nel 1985. Si trattava di una donna di mezza età, che lavorava come contadina nei dintorni di Genova. Il soggetto si presentò dal medico nel luglio del 1983, con due lesioni cutanee - lisce e senza bordi- caratterizzate da una macchia centrale rossa, circondata da un anello dello stesso colore (Erythema Chronicum Migrans).
Alcuni giorni dopo la donna cominciò a soffrire di malessere, febbre, rigidità nucale e dolore in corrispondenza delle lesioni cutanee. Un ciclo di tetracicline fu quindi somministrato dal medico di base, il quale tuttavia non riconobbe il tipo di infezione. In agosto le macchie scomparvero e si manifestarono dolori articolari in corrispondenza del bacino e delle ginocchia. A settembre furono rilevati nel sangue della donna gli anticorpi IgG contro Borrelia burgdorferi sl.

Sempre a Trieste si riuscì a isolare la prima borrelia italiana da Ixodes ricinus (1987) e la prima borrelia dalla cute di una persona affetta (1988), ad opera di Marina Cinco e Giusto Trevisan. Nel 1999 gli stessi autori isolarono a Trieste la prima Borrelia afzelii da un paziente con Acrodermatite Cronica Atrofica.